Sanremo: la mia terrazza sulla Dolce Vita

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Ogni anno, quando Sanremo torna ad essere il centro simbolico dell’Italia emozionata, rumorosa, innamorata della propria musica, torno nella mia stanza. Non una stanza qualsiasi, ma quella stanza: all’ultimo piano del Royal Hotel Sanremo, affacciata sul mare, con una terrazza privata che si apre sull’infinito e un mazzo di orchidee bianche che mi aspetta come un rito silenzioso.

Il mare davanti a me non fa rumore. Respira. Appena varco la soglia, ritrovo un dettaglio che mi commuove ogni volta: le orchidee bianche disposte con cura, eleganti nella loro compostezza. C’è un profumo delicato nell’aria — un misto di legno, lino fresco e Mediterraneo — che segna per me l’inizio di una parentesi sospesa. È lì che faccio colazione ogni mattina, osservando i gabbiani che planano curiosi, spesso troppo audaci, pronti a contendersi un pezzetto della mia brioche. Un rituale intimo e immutabile, che rende ogni ritorno un ritorno a me stesso.

Il Royal è il mio contrappunto alla città in fermento. Mentre le strade si riempiono di voci, telecamere, artisti, curiosi, e il Festival dell’Ariston risuona ovunque, il Royal resta se stesso: elegante, composto, misurato. È un luogo che non rincorre la visibilità, perché la bellezza vera non ha bisogno di rincorrere nulla.

E così, mentre la città si prepara a incoronare la sua nuova voce, io ritrovo la mia. Dentro un luogo che ha scelto da sempre di non cambiare, e proprio per questo resta eterno. È uno di quei luoghi rari dove il tempo si ferma non per nostalgia, ma per rispetto. Un rifugio discreto, sospeso tra la memoria di un’Italia elegante e il desiderio contemporaneo di autenticità.

È il racconto tangibile di una certa Italia che non ha mai ceduto all’urgenza del presente. La sua architettura liberty, i saloni con grandi tappeti e gli affreschi rinascimentali, la terrazza dove ogni tramonto è un quadro: tutto parla di una dolcezza antica che oggi torna ad avere senso. Qui l’ospitalità è un’arte. Un’arte fatta di sguardi che ti riconoscono, di memorie che si rinnovano ogni anno, di una compostezza che profuma di verità.

Ma è nei volti che incontri nei corridoi, nei sorrisi che si incrociano nei saloni, che si coglie davvero l’essenza della nuova Dolce Vita. Non quella fatta di flash e clamore, ma di dettagli eleganti, di presenze educate, di gesti misurati. Uomini che indossano il lino con naturalezza, donne che portano il cappello come una dichiarazione di stile senza tempo. Si respira un’aria sospesa tra il passato e il possibile. Una bellezza che non urla, ma che si lascia ammirare in silenzio.

Poi c’è un momento in cui lascio il silenzio della mia terrazza e scendo verso Piazza Bresca. Mi piace perdermi nei vicoletti che la circondano, lasciarmi attraversare dalle voci, dai profumi, dal rumore vivo della gente. Sanremo, qui, è più vera che mai: un intreccio di accenti, risate, passi svelti e chiacchiere lente. È l’altra faccia del Festival, quella che non va in onda ma che racconta molto di più.

E lì, come ogni anno, vedo Raffaele. Il proprietario del ristorante da Nico. Non serve che ci salutiamo con formalità: mi accoglie sempre nello stesso modo, non come un ospite, ma come un amico di lunga data, uno di casa. Ci basta uno sguardo, un sorriso. Il tavolo è già lì, i crudi di pesce sono un rituale che conosce bene. E io, seduto sotto le luci morbide della piazza, mi sento esattamente dove devo essere.

Quando lascio Sanremo, porto via sempre lo stesso bagaglio: occhi pieni, cuore leggero, e un motivetto che mi risuona dentro. Una canzone nuova che si unisce a tutte le altre che il Festival mi ha regalato negli anni. Ma soprattutto, porto via la certezza che luoghi come il Royal Hotel esistono ancora. Luoghi dove la Dolce Vita — quella vera — non è finita: ha solo imparato a sussurrare.